La teoria ufficiale del governo, che indica come unico responsabile della morte del Presidente Kennedy il capro espiatorio Lee Harvey Oswald, fa acqua da tutte le parti. Oswald, elemento a contratto dei servizi segreti americani, addestrato in Unione Sovietica, frequentava i salotti di Clay Shaw. Lo stesso Shaw che, con lo pseudonimo di Clay Bertrand, gli pagò l’avvocato difensore Dean Andrews dopo il suo arresto 

Secondo i sociologi la spensieratezza e l’innocenza di un tempo, ebbero termine, drammaticamente, a cavallo tra i Sessanta e Settanta. La Guerra del Vietnam, la morte di James Dean, di Marilyn Monroe, di Elvis Presley, l’omicidio dei Kennedy e di Martin Luther King, lo scandalo Watergate ne furono i principali responsabili. Addio Happy Days, finiti i giorni della felicità e della fede incrollabile nei valori della patria, di Dio e della famiglia. La spontanea reazione dei giovani era già partita, e nacquero il ’68 ed i figli dei fiori, le proteste di piazza e il desiderio di un nuovo tipo di società. In quale Paese si doveva aver fede, infatti? In quello che chiedeva a tutti i propri figli (anzi, solo a quelli socialmente meno abbienti) di andare a morire tra Hanoi e Da Nang solo per incrementare le bustarelle che gli alti papaveri di Washington intascavano dai grandi produttori di armamenti bellici, che si arricchivano con l’inasprirsi del conflitto? O al governo Nixon, che usava i soldi raccolti durante la campagna della rielezione per foraggiare agenti segreti incaricati di inventare scandali ai danni dei suoi avversari politici? Si doveva continuare a intonare “God Bless America” e a tenere alto il vessillo a stelle e strisce, come i marines sbarcati ad Okinawa, senza badare alle lunghe ombre di sospetto che l’assassinio di John Kennedy sollevava sopra le stesse strutture incaricate di vegliare sulla sua sicurezza? Non si poteva, ovviamente. Qualcosa si spezzò. Il dubbio si insinuò nell’allora ingenuo elettorato americano. E non se ne andò più via. Persino la granitica figura del Presidente degli Stati Uniti, attorno alla quale si stringeva idealmente il Paese, iniziò a sgretolarsi. E rimase l’uomo, a tal punto che al giorno d’oggi nessuno sembra scandalizzato più di tanto neanche dalle prestazioni erotiche extraconiugali di Bill Clinton. È la nostra storia, per strana che sembri.

Una strana generazione

“Make Love, not War”, era il grido dei ragazzi che manifestavano contro la guerra del Vietnam. Intanto le bombe al napalm cadevano nelle risaie del Vietnam, sui campi di soja, tra le palme tropicali. Defolianti tossici quali il terribile “Orange”, all’epoca superclassificato, venivano utilizzati in quantità industriali, depauperando foreste intere e colpendo anche i soldati americani. Migliaia di bombe e missili al fosforo videro come Proving Ground proprio il Vietnam, e come cavie Vietnamiti del nord e coscritti dello Zio Sam, indifferentemente. Il fosforo continua a scavare per anni, bruciando pelle e muscoli. Due generazioni di Americani vissero la loro gioventù con un M-16 in braccio, educati alla paranoia militare ed a considerare i Charlie un nemico da abbattere senza pietà: un nemico senza volto e senz’anima. Ma un’anima il Vietnam ce l’aveva. Un corpo non più: solo ora, dopo anni, la vegetazione sta ricoprendo le capanne bruciate sulle rive del Mekong. La rabbia è passata, e ora il Paese è in fase di ricostruzione. Ma perché, allora come in Kosovo, gli Stati Uniti d’America si autonominano “salvatori delle patrie altrui”, arrogandosi il diritto di interferire nella politica estera di un Paese a suon di missili? Non certo per un presupposto senso umanitario: non c’entravano i sentimenti nel Vietnam, e non c’entrano nel Montenegro o in Serbia. È un calcolo preciso. Mesi di bombardamenti continuati non servono a sfamare bambini o evitare vittime, ma solo a produrne delle altre. Un intervento di terra ridotto, con il supporto tattico di pochi elicotteri Apaches, avrebbe messo fuori combattimento i miliziani serbi in poche settimane. Ma come si fa a testare la reale efficacia di tutte le armi progettate in laboratorio, se non con bombardamenti massicci? E come educare migliaia di soldati ad una cultura bellica e marziale, inquadrando il nemico come un essere disumano, se non mandando alla guerra sempre più truppe? Sembra che, alla fine, nel Kosovo non vengano aperte ostilità di terra. Decisione questa, di parte USA, come al solito, anche se sotto l’egida, o comoda “copertura”, della NATO. Ma solo dopo che, dietro stessa ammissione della Casa Bianca, “sono finiti tutti i missili intelligenti a ricerca elettronica che avevamo”. Sono già partite le nuove ordinazioni di materiale bellico, fabbriche preparano altri ordigni e bombe da lanciare, e i soldi scorrono come un fiume. Di sangue.

Una nuova società marziale e militare

Chi avrebbe interesse a creare e strutturare una società bellica e ipermilitarizzata? Una società dove il modus vivendi è imperniato sugli apparati militari e sulla strategia della conquista? Forse un gruppo operativo segreto, lo stesso gruppo ombra che da anni sta spingendo per militarizzare lo spazio. Il progetto SDI, meglio conosciuto come “Guerre Stellari”, sarebbe solo il primo passo verso una strutturazione militare del cosmo circostante. E se la Terra deve diventare militarmente competitiva persino rispetto a razze ET, ci sarà sempre bisogno di qualche sana guerra (magari ben lontana dagli States) dove scaldare i muscoli e oliare i meccanismi. E la psiche delle persone. Oggi per strada abbiamo visto un bambino con una pistola giocattolo: saremmo normali, noi terrestri, a considerare un innocente svago immaginare di colpire a morte un nostro simile? A volte viene da chiederselo. Forse, con un simile stato d’animo, John Fitzgerald Kennedy si chiese più volte se intraprendere l’escalation dell’intervento statunitense in Vietnam. Così gli era stato consigliato dai maggiorenti dell’esercito e dai servizi segreti. Ma Kennedy non vedeva l’operazione nel sud-est asiatico di buon occhio. Già nel 1954, come senatore, disse: “Riversare fondi, materiali e uomini nella giungla indocinese, senza avere neanche una remota possibilità di vittoria, sarebbe particolarmente inutile e autolesionista”. E, una volta eletto, nel 1963, durante un discorso alla American University di Washington, pronunciò queste parole: “Gli Stati Uniti non cominceranno mai una guerra… Non vogliamo una guerra”. L’antagonismo tra l’ala militare e Kennedy si trasformò in un braccio di ferro, dopo i fatti della Baia dei Porci. I servizi segreti avevano organizzato una vera invasione di Cuba – paventando lo spiegamento di missili sovietici a testata nucleare sull’isola comunista di Fidel Castro – in cui però non vennero impiegate truppe ufficiali, ma manipoli di mercenari addestrati e armati dalla NSA e dalla CIA. Subito dopo l’invasione era previsto l’appoggio aereo, con massicci bombardamenti. Ma Kennedy bloccò gli aerei sulla pista con una telefonata, e l’invasione si risolse in un disastro. Poco dopo compì un gesto che nessun Presidente prima di lui aveva osato: licenziare il capo della CIA, Allen Dulles, uno dei principali fautori della missione anticastrista.

Ostacolo per i gruppi ombra

John Kennedy era contro la guerra in Vietnam, contro l’invasione di Cuba e non odiava i Sovietici. Nonostante la guerra fredda era riuscito ad ammorbidire la tensione con Mosca, creatasi nei mesi precedenti la sua elezione, tra Nikita Krushev e Ike Eisenhower con il caso Gary Powers. Ora, ipotizziamo che Kennedy rappresentasse un ostacolo, per alcuni gruppi ombra, anche perché a conoscenza del problema UFO-ET. Durante la Seconda Guerra Mondiale Kennedy era tenente di vascello della Marina USA. Per meriti sul campo ricevette il Purple Heart e la medaglia Navy and Marine Corps, e da alcuni documenti non ufficiali emerge che entrò a far parte dell’intelligence della Marina. Sembra che continuò ad avere contatti con l’intelligence anche quando fu eletto “congressman” del Massachusetts, negli anni ’50. Il nome del Presidente appare in certi documenti datati 12 Novembre 1963, inoltrati al direttore della CIA e intitolati “Revisione di Classificazione di tutti i Files d’intelligence UFO, d’interesse per la Sicurezza Nazionale”. Nel fascicolo Kennedy parla di una collaborazione USA-URSS nei programmi spaziali, e di responsabilizzare la NASA rendendola partecipe delle misure difensive da intraprendere contro esseri definiti The Unknowns, gli Sconosciuti. Si sa, inoltre, che il Presidente si era stancato della continua ingerenza dei servizi segreti sulle decisioni di Stato. Dieci giorni prima di morire JFK aveva clamorosamente annunciato: “lo stesso ufficio del Presidente viene usato per sovvertire i diritti dei cittadini, ed è mio diritto renderlo noto”.

22 Novembre 1963: l’attentato di Dallas

Uno, due, tre colpi. Poi il quarto ed il quinto. Spezzando costole, polsi, collo. John Fitzgerald Kennedy si piega in avanti, tenendo le mani sulla gola. La moglie Jacqueline gli è accanto, sembra non capire cosa accade. Fino al colpo finale, che porta via larga parte della calotta cranica e del cervello. Il volto della First Lady e il suo vestito rosa sono macchiati di sangue. Buon sangue irlandese, coraggioso e ribelle, ora bagna l’interno della limousine. John Kennedy era consapevole di essere nel mirino dei servizi segreti. “Un giorno qualcuno mi ucciderà – soleva dire – All’aperto, nella confusione di un corteo. Sarebbe il momento migliore. Fucili ad alta precisione dall’alto di un palazzo…”.

La teoria ufficiale del governo, che indica come unico responsabile della morte del Presidente Kennedy il capro espiatorio Lee Harvey Oswald, fa acqua da tutte le parti. Oswald, elemento a contratto dei servizi segreti americani, addestrato in Unione Sovietica, frequentava i salotti di Clay Shaw. Lo stesso Shaw che, con lo pseudonimo di Clay Bertrand, gli pagò l’avvocato difensore Dean Andrews dopo il suo arresto. Volendo approfondire il caso Oswald, vale il film-denuncia di Oliver Stone “JFK: un caso ancora aperto”. Vi si legge la verità: sull’omicidio di JFK è stato fatto il più comprovato cover-up americano di tutti i tempi. La spietata esecuzione di Kennedy fu il frutto di un fuoco incrociato da almeno tre punti di sparo, non certo opera di un cecchino solitario appostato in un palazzo alle spalle del Presidente. Oswald non avrebbe mai potuto crivellare di colpi la limousine presidenziale in pochi secondi, con un vetusto Mauser 7.65 a colpo singolo (altri sostengono si trattasse di un fucile di fabbricazione italiana, il Carcano), né avere l’autorità per ridurre al minimo la scorta presidenziale, quel giorno. Erano precisi ordini della CIA. Oswald venne arrestato un’ora dopo il delitto, e morì misteriosamente nella stessa centrale di polizia, ucciso da Jack Ruby, un uomo fermato da alcuni agenti perché “visto smontare un fucile vicino al luogo del delitto”. Ruby prendeva soldi dalla CIA, per motivi non chiari. Prima di morire in cella, per un tumore allo stomaco, Ruby dichiarò di conoscere la verità, ma che se la sarebbe portata nella tomba. I veri motivi della morte di Kennedy forse li ha scoperti il ricercatore John Lear. Ex agente CIA e pilota collaudatore famoso per aver divulgato il presunto accordo USA-ET, noto come “patto scellerato”, Lear da tempo sarebbe entrato in collaborazione con un ex ufficiale della marina USA, tale Milton William Cooper. Durante il suo servizio a bordo di sottomarini nucleari, Cooper avrebbe preso visione di documenti del MJ-12 in cui si dichiarava che Kennedy aveva deciso di rivelare al pubblico il segreto dell’esistenza degli UFO e della loro presenza sul suolo americano. Secondo i documenti visionati da Cooper, fu il Majestic 12 a dare l’ordine di uccidere il Presidente Kennedy.

Il MJ-12 temeva l’elezione di Robert Kennedy?

Robert Kennedy fece dell’assistenza civile e dei sostentamenti per i poveri un caso personale e lottò a lungo contro la discriminazione razziale contro i neri. Fu anche per questo che il 4 Aprile 1968, quando Martin Luther King venne assassinato, Bob Kennedy poté entrare nel ghetto nero di Indianapolis per manifestare il proprio cordoglio senza essere assalito, quando persino la polizia ne rimase fuori. A Bob non venne torto un capello. Ma solo due mesi più tardi, il 5 Giugno, un arabo, Sirhan B. Sirhan, gli avrebbe sparato. È solo un caso che sei mesi prima Lyndon B. Johnson, Presidente in carica subentrato alla Casa Bianca dopo la morte del fratello John gli avesse detto: “tra sei mesi tu e tutti quelli che la pensano come te sarete distrutti”? Chissà. A Robert Kennedy Lyndon Johnson non era mai piaciuto, e all’epoca cercò di dissuadere il fratello dall’idea di prenderlo come suo vice. Non si dimentichi che, neanche 36 ore dopo la morte di John Kennedy, il neo-eletto Presidente Lyndon Johnson aveva riunito i capi dell’intelligence asserendo di voler attuare un cambiamento a 360 gradi nella politica estera: “Faremo a pezzi i Vietcong!” furono le sue parole esatte. Era un caso anche il fatto che Robert fosse in corsa per le presidenziali quando fu ucciso?

Le indagini di Jim Garrison

Il giudice Jim Garrison, ex Procuratore Distrettuale di New Orleans, scomparso alcuni anni orsono, era sicuro che la morte di John Kennedy fosse stata organizzata dagli stessi servizi segreti incaricati di proteggerlo. “La CIA è l’organizzazione più pericolosa e potente che esista al mondo”, affermava. Per Garrison l’uomo d’affari Clay Shaw era stato, se non l’ideatore, perlomeno l’organizzatore materiale dell’attentato. Ricco industriale di New Orleans, dal passato torbido e dalle amicizie influenti, Shaw era stato pesantemente coinvolto con i fatti della Baia dei Porci, essendo stato de facto uno dei finanziatori dell’azione, e solo dopo la sua morte venne confermata la sua appartenenza al libro paga della CIA. Già nel 1945 Shaw era integrato nei reparti dell’OSS, l’intelligence dell’esercito in cui aveva lavorato anche il colonnello Corso, e posto a capo dell’operazione Paperclip, il cui scopo principale era quello di trovare tutti i progetti nazisti concernenti gli studi di nuove armi, i prototipi ed eventualmente gli scienziati coinvolti, per poi portarli in gran segreto dalla Germania in America. Tali fatti risultano agli atti da documenti parzialmente declassificati nel 1973 e tra gli scienziati tedeschi trasferiti negli USA figura anche Wernher von Braun, creatore delle mortali V2 naziste prima e del progetto Apollo dopo. Quello che i documenti non dicono è che tra i progetti del Reich figurava un mezzo volante di nuova concezione, terribilmente simile ad un disco volante, forse desunto dallo studio di un UFO precipitato. Quindi Clay Shaw, uomo della CIA, era collegato a triplo filo con la retroingegneria di UFO, con l’invasione di Cuba e con l’omicidio di Kennedy. Posizioni e mansioni così differenziate e delicate da far presupporre l’appartenenza di Clay Shaw a un gruppo ombra come il MJ-12, il Cabal o i più potenti Black Monks. Ad ogni modo, Garrison aveva fatto centro portandolo in giudizio. Ma non riuscì ad incriminarlo, dato che i testimoni dell’accusa avevano il brutto vizio di morire o svanire poco prima di essere chiamati a deporre. Vecchi sistemi. Ma funzionali. Jim Garrison stesso subì delle ritorsioni per aver osato tanto: minacce, un procedimento legale (che vinse), diffamazione. Pur non essendo riuscito pienamente nell’intento di fare luce sull’omicidio Kennedy e rendere giustizia al Presidente ucciso, Garrison ottenne qualcos’altro. Fece aprire gli occhi ad un’intera generazione, diede voce a chi era presente a Dallas e vide come si svolsero realmente i fatti. C’era stato un cover up, tutti se ne convinsero. È vero, il processo contro Clay Shaw fu uno dei momenti in cui l’America si accorse di aver perso il senso del “New Deal” rooseveltiano, l’entusiasmo del primo dopoguerra, o la fiducia nei suoi leaders, nello Stato, nelle torte di mela e nella bandiera a stelle e strisce. Ma la crescita è un processo doloroso, che può essere affrontato solo guardando in faccia la realtà. Forse non è piacevole, ma solo comprendendo lo stato delle cose possiamo rimboccarci le maniche e lottare per ottenere un mondo migliore. Lo stesso per cui Kennedy è morto, e nel quale credeva.